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lunedì 20 febbraio 2012

IL VELO DIPINTO (THE PAINTED VEIL -2006) by John Curran

Seconda trasposizione cinematografica del romanzo di William Somerset Maugham,  questo elegante film è passato purtroppo inosservato dal grande pubblico

Storia d’amore, di orgoglio, vendetta e perdono, questa elegante pellicola narra la storia di una giovane donna che quasi per scommessa contro la famiglia sposa un serioso batteriologo che la porta a Shanghai. Quando il marito scopre la relazione che la moglie sta avendo con un altro uomo la costringe a seguirlo fino ad un remoto villaggio cinese dove è in corso una epidemia di colera. Presi entrambi dalla dolorosa situazione che li circonda dimenticheranno se stessi e riprenderanno ad amarsi.

La protagonista Kitty Fane, donna bella e irrequieta è l’australiana Naomi Watts che con il suo fisico minuto e i grandi occhi blu riesce a trasmettere tutta la sofferenza e l’inquietezza di una viziata e agiata figlia della media borghesia inglese che si ritrova improvvisamente faccia a faccia con la brutale realtà del mondo esterno. Kitty, personaggio non del tutto simpatico, pur cambiando radicalmente durante il racconto, mantiene il carattere forte e testardo che la contraddistingue dal resto dei componenti, rendendola il soggetto più umano (quindi più portato all’errore) e più vitale di tutti.

Il bostoniano Edward Norton, che nella versione originale sfoggia un accurato accento inglese, incarna il vendicativo, introverso e silente Dottor Walter Fane, dedito al lavoro e alla cura dei malati più che all’attenzione verso i rapporti familiari e personali. La sua compostezza nasconde tutto il dolore e il risentimento forse più per se stesso che per la moglie fedifraga, che troveranno via di sfogo solo nel finale insieme ai liquidi che il colera porta ad espurgare.

Regia elegante e discreta, accompagnata da una bellissima scenografia e da una colonna sonora vincitrice del Golden Globe, “The Painted Veil” è un film da scoprire, da rivalutare e da gustare non solo come film romantico, ma soprattutto come un cammino alla ricerca del proprio essere, che per rivelarsi totalmente deve fare i conti con una società dove l’essere “io” non trova spazio se non collegato ad un corale “altro”.

Dettaglio curioso: Liev Schreiber, l’attore che interpreta l’amante di Kitty Fane,  si innamorerà veramente di Naomi Watts durante le riprese e i due convoleranno a nozze poco dopo.

Buona visione

sabato 28 gennaio 2012

THE ARTIST - by Michel Hazanavicius




Parliamo di cinema, di quello vero, della sua nascita e del suo sviluppo
Parliamo di “The Artist”
L’idea del film non è nuova, abbiamo già avuto modo di veder rivivere sullo schermo vecchie glorie del cinema muto che crollano in un soffio come un castello di carte a causa dell’avvento del sonoro. Basta nominare “Viale del Tramonto” dove già nel 1950, ovvero a soli 20 anni di distanza dalla fine del muto, Billy Wilder impartiva lezioni di cinema (Sam Mendes ne sa qualcosa), descrivendo magistralmente gli anni del declino di una grande diva rinchiusa nel suo polveroso maniero. Insieme a Gloria Swanson si riconosce per un attimo un grande attore, forse il migliore secondo i più scrupolosi esegeti cinematografici: Buster Keaton. La “maschera” qui va una piccola comparsa ma sul suo volto di pietra ritroviamo tutto il dolore di una vita trascorsa e finita non troppo allegramente.
Buster Keaton era grande, tecnicamente parlando era di gran lunga superiore a Chaplin. E su questo non ci sono dubbi. I suoi film sono costruiti perfettamente, senza troppe divagazioni chapliniane o falsi moralismi. La pellicola è parte viva di un meccanismo senza falle, il linguaggio cinematografico ha trovato la sua prima e completa forma di vita nei film di Keaton. Il mio preferito è “Sherlock Junior – La palla nr. 13” nel quale il nostro eroe, operatore proiezionista in un cinema, si addormenta durante la trasmissione di un film e la sua “parte onirica” vi finisce dentro, in un gioco dove sogno e realtà sono un tutt’uno. Niente è veramente reale nei film di Keaton, gli oggetti non sono mai quello che sembrano ed ogni cosa deve essere analizzata da tutti i punti di vista per poter comprendere lo svariato utilizzo che ne possiamo trarre. E’ il più profondo degli insegnamenti: non giudicare mai le cose per come sembrano, prova a guardarle da un altro punto di vista.
La macchina da presa fa parte di questo gioco del vedo-non-vedo, allargando o restringendo il campo, illudendo continuamente lo spettatore. Non per niente Keaton è “nato” sotto il tendone di un circo e il suo nomignolo “Buster” gli è stato attribuito dal grande Houdini.
I film di Keaton, comici se visti superficialmente, sono tutt’altro. Il finale non è mai rosa, l’uomo deve sempre continuare a lottare per vivere e in un caso la pellicola si conclude con l’inquadratura di una pietra tombale.
Ho scoperto Keaton a 12 anni e il montaggio è diventato la mia passione. Non è un caso

Ritorniamo al punto di inizio: ieri sera ho visto “The Artist”.
Dicevo, l’idea non è esattamente fresca ma è audace se consideriamo che lo stesso Wilder ha avuto forti scontri e pressioni perché la produzione nel 1960 si opponeva con tutte le sue forze all’utilizzo del bianco e nero per una pellicola poi diventata uno dei massimi capolavori : “A qualcuno piace caldo”
Audace quindi l’utilizzo del bianco e nero e ancor più del muto. Il film è un “semi-sonoro” ci sono alcune parti in cui si odono i rumori, le parole vengono fuori nell’ultimo minuto, e la regina del film è colonna sonora.
Gli attori sono sconosciuti – almeno all’estero – ed  è veramente interessante scoprire che Jean Dujardin è un attore noto al pubblico francese per avere interpretato parti comiche. Un cabarettista, come si può notare dalla prestanza fisica, che ricorda in parte Gene Kelly (forte il riferimento a “Cantando sotto la pioggia” : il divo del muto che viene salvato grazie alla sua abilità danzante e quindi grazie al musical che fa risorgere l’America dopo il crac) e in parte Douglas Fairbanks (la bellezza malandrina, il baffetto e la triste fine)
In questo ruolo infatti ricopre la parte di star del cinema muto (Douglas Fairbanks appunto) che all’arrivo del sonoro e, evento da non sottovalutare, dal crac del 25 ottobre 1929, perde tutto e si lascia trascinare dall’orgoglio e dalla disperazione, vagando come un fantasma e nutrendosi solo di alcol.
Spesso ci dimentichiamo del 1929 ma il riferimento, specialmente se paragonato alla situazione attuale, fa pensare. E molto.
Il declino di un popolo, la fame, la disperazione, la disoccupazione. Abbastanza terrificante e purtroppo reale, mai come adesso.

Tornando a “The Artist” è da notare anche l’abilità del regista nello spargere riferimenti visivi durante lo svolgimento del film. Qualità fondamentale dato che stiamo parlando di un film muto. Scritte, specchi, ogni oggetto è utilizzato (secondo la lezione impartita dai grandi maestri di cui sopra) per poter innescare il grande potere della comunicazione e della comprensione. Senza parole. 
Il protagonista passeggia solo vicino ad una sala cinematografica dove si proietta “Lonely Star”. La protagonista, incarnazione perfetta della ragazza degli anni ’30, grintosa, giovane, bella e dinamica (vero motore del film), innamorata fin dal primo momento del decaduto divo, è all’insaputa di questo il suo “Angelo Custode”, altro titolo di un film in programmazione.
Il grande amico fedele del protagonista trova qui incarnazione in un animale anziché in un essere umano. Il cane che ricorda Milou di Tintin salva il nostro eroe un paio di volte, nel film che l’attore sta interpretando al principio e successivamente nella sua triste e decaduta “realtà".
 Ed ecco un altro  déjà-vu, quello del “cinema nel cinema”. Non è facile né scontato ma quando un regista riesce a far rivivere le emozioni di un “film nel film”, la meravigliosa sensazione di una vita che passa attraverso un pezzo di celluloide, allora il gioco è fatto e la magia prende forma. E’ come quando “sogniamo di sognare”, come “Alice nel Paese delle Meraviglie”,  come trovarsi in un libro di Italo Calvino o di Raymond Queneau. Siamo quello che siamo o siamo il nostro specchio?
Niente è più illusorio di uno schermo bianco e forse è per questo che amo tanto la parte retrostante.
Sconsiglio vivamente la visione a coloro che non amano il genere, che credono che tutto quello che non abbia colore e forti suoni non sia altro che un vecchio polpettone e che non guarderebbero mai un film che non sia datato inizialmente con il 2
Ne consiglio la visione a tutti gli altri, ricordando – se permettete – che il cinema ha preso forma in Francia nel lontanto 1895. Non me ne volete ma ripeterò sempre che il cinema  è indiscutibilmente francese. 

Buona visione



giovedì 19 gennaio 2012

GLI AMICI DI PETER (Peter’s Friends – 1992 – by Kenneth Branagh)



Non si può descrivere una riunione tra amici. Soprattutto se si tratta di amicizie di lunga data, di quelle che non si scordano in un momento.
In questo percorso nostalgico che Branagh ripercorre già dai titoli di testa si evince come i rapporti di amicizia, pur sgretolandosi in parte in seguito a scelte diverse di vita, siano così facili da ricollegare.
Basta un attimo, uno sguardo, una voce e tutto ritorna come prima, meglio di prima. Niente è cambiato anche se tutto è diverso, la memoria prende il sopravvento e le emozioni scorrono fresche come le acque di un ruscello che si fa strada tra i ciottoli.
E’ una sensazione unica ritrovare i vecchi amici. Stasera ne ho ritrovati alcuni e forse è per questo che mi sento al settimo cielo. Forse dovremmo farlo più spesso, o forse è solo il tempo che ci distanzia a fungere da vero collante. Non saprei. So solo che sono felice.
In questa deliziosa pellicola degli anni ’90 un gruppo di amici si ritrova nella grande casa di Peter (il “grande” – in ogni senso - Stephen Fry) per festeggiare l’ultimo dell’anno. Niente di più banale ma niente di più divertente, di esilarante di questa visione, soprattutto se le lacrime uscite per le risate alla fine cambiano registro.
Ognuno dei componenti ha un segreto da nascondere, un dolore, una sconfitta. I due giorni passati assieme porteranno al disfacimento di alcune coppie e gli ultimi naufraghi che rimarranno sulla “zattera” di Peter saranno i soli amici.
Alcune battute sono memorabili e abbiamo la possibilità di scoprire le doti recitative del Dottor House prima del “Dottor House” .
Branagh si distacca dall’amato mondo di Shakespeare per dar vita ad un dramma moderno con i toni leggeri e una sceneggiatura frizzante.
Il film è pieno di luoghi comuni: lo scrittore emigrato ad Hollywood, l’attrice bulimica, la repressa, la mangia-uomini, il bamboccio, l’omosessuale, la governante anziana e saggia, la madre iper-protettiva, la coppia che ha perso un figlio, la campagna inglese, la sera del 31 dicembre.
Il luogo comune è banale, ma qui la normalità specchia perfettamente la nostra realtà quotidiana.



Buona visione

lunedì 9 gennaio 2012

PAROLE PAROLE PAROLE (On connaît la chanson – Alain Resnais 1997)


Un grande “vecchio” del cinema francese, Monsieur Alain Resnais, a 75 anni ci regala questo piacevole film corale. Dimostrazione che l'età non conta per realizzare un buon film
Due sorelle, un paio di amici, mariti e amanti. Pochi personaggi per strutturati e una sceneggiatura senza fronzoli e dispersioni, che si alterna alle parole delle grandi canzoni francesi.
A differenza di altri film, dove la canzone viene riproposta (a volte anche pesantemente) quasi per la sua totalità, qui il brano viene saggiamente scomposto, intervallandosi per pochi secondi al dialogo in corso e creando una perfetta armonia.
I frequenti ma brevi pezzi musicali sembrano essere tasselli di un mosaico che lo spettatore non vede l'ora di ricomporre, per niente tediato da questi piccoli assaggi di piacevoli melodie d'antan.
Le esecuzioni, mimate dai protagonisti, sono tutte originali, da Chevalier a Eddy Mitchell, da Gainsbourg a Aznavour, quest'ultimo presente con “Et Moi dans mon coin” la cui ricchezza di vocabolario contenuta nel testo potrebbe far tranquillamente impallidire molte delle sceneggiature attuali.
L'unica che canta veramente è Jane Birkin, nella breve apparizione di moglie inglese dell'ansioso Nicolas

Le dinamiche che si sviluppano tra i rapporti personali e le caratteristiche dei personaggi stessi (come l'egoismo, l'ansia, la depressione, l'arroganza, la timidezza) sono l'elemento di maggiore interesse per il regista, che nelle poche riprese esterne non esita a girare con un campo stretto sui personaggi, sacrificando il lato cartolina di una Parigi qui posta solo come sfondo quasi casuale. Si riconoscono appena l'obelisco di Place de la Concorde o Rue de Castiglionne verso Place Vendôme, mentre la Tour Eiffel svetta dichiaratamente in maniera fasulla dalla finestra del grande, nuovo appartamento di Odile.
La vista, come la torre, alla fine è tutta una finzione. Quello che conta è dentro, dove nonostante le crepe dovute alle botte della vita, l'amore è il forte collante che aggiusta ogni cosa

domenica 1 gennaio 2012

VERTIGO


VERTIGO (1958) by Alfred Hitchcock

Sarò breve. 
Su Vertigo (“La donna che visse due volte” in italiano) sono stati scritti articoli e saggi da persone sicuramente molto più competenti di me sull’opera hitchcockiana.
Oggi per caso ne ho rivisto una scena durante la scarrellata di canali domenicale.
E’ la pellicola più impressionante, più dolorosa, più psicologicamente potente che Sir Alfred abbia mai girato.
E’ molto più agghiacciante di “Psyco”, in cui Norman Bates era un folle squilibrato, mentre in “Vertigo” Scottie è solo un semplice essere umano che insegue un grande amore impossibile  destinato ad una amara conclusione.
Non ho mai temuto niente facendo una doccia (a parte il fatto che ho la vasca da bagno), ma ho sentito un certo qual timore il mese scorso quando per caso mi sono trovata ad alloggiare in una missione spagnola: muri bianchi, tegole piccole e rosse, campanile largo e campana…E non vedevo il film da anni.
La sottile linea che divide la vita dalla morte, l’essere o non essere, il dubbio, la caduta mentale, la depressione. Pur non mostrando niente, al solito Mr Hitchcock riesce a creare disagio.
La pellicola include inoltre una delle più belle scene d’amore di tutti i tempi, dove la mdp filmava posta sulle rotaie  e i protagonisti, allo stesso tempo, erano su un pedistallo girevole. La doppia rotazione, le luci, la forte empatia trasmessa da un James Stewart quasi privo di favella, ne fanno uno dei pezzi cinematografici più belli di tutta la storia del grande schermo.
Come ho detto, sarò breve.
Non ho altro da aggiungere se non che ci troviamo davanti ad un capolavoro assoluto

Buona visione

venerdì 23 dicembre 2011

THEN AGAIN - 2011 - by Diane Keaton


LA RAGAZZA CON LA CRAVATTA


Prima di lei solo Katharine Hepburn portava i pantaloni.
Diane Keaton possiede un’eleganza tutta particolare, che nasce da un curioso accozzamento di capi, come camicia a righe e cravatta a pois. Un’altra donna sembrerebbe ridicola, malvestita, curiosa. Diane Keaton no. Lei è elegante
Il viso radioso da brava ragazza californiana, la timidezza naturale che diventa charme, la semplicità non aggressiva ne hanno fatto una donna vincente, che non cala mai di moda pur aumentando con gli anni.
E’ da poco uscita (da nemmeno un mese) la sua autobiografia “Then Again” (“Oggi come allora” in italiano). Più che una vera e propria autobiografia – solitamente noiose perché piene di dettagli inutili e di divagazioni che sanno di aria fritta – Diane Keaton disegna e narra la storia della sua famiglia (in primo piano quella di sua madre, quasi la vera protagonista del libro) come se stesse girando un film.
I racconti si incrociano, a volte senza un preciso ordinamento temporale, come se fossero scene di un montaggio alternato, delineandosi con una chiarezza che rendono la lettura un autentico piacere

La cosa più direttamente scioccante è la rivelazione del suo disturbo alimentare, la bulimia, nata verso la fine degli anni ’60, quando l’attrice era tutt’altro che adolescente.
Diane Keaton trova un modo molto diretto per la descrizione del suo disturbo. Descrizione perfetta, minimamente mirata al pietismo o alla commiserazione. Al contrario la Keaton semplicemente racconta, senza nemmeno prendersi troppo carico di indicarne il periodo di inizio e di fine (?).
Ci avete fatto caso? Nel cinema non si parla mai di bulimia e di anoressia. Sembrano essere argomenti tabù: a Hollywood nessun cane muore e nessuna donna soffre di anoressia. Eppure Diane Keaton stila una lista ben precisa di colleghe note che soffrono o hanno sofferto di questo disturbo.
Come dicevo, la sua descrizione netta e semplice, va diritta al punto e indica chiaramente un aspetto legato a questi disturbi di cui nessuno parla. IL TEMPO.
E’ pazzesco, è uno degli aspetti più sottovalutati, un aspetto mai considerato della malattia, decisamente il più importante. Quando una persona soffre di un disturbo dell’alimentazione consacra quasi tutto il suo tempo libero ad occuparsi di questo disturbo. E’ quasi nauseante leggere la lista di alimenti che la Keaton ingeriva ogni giorno per poi rimettere immediatamente e rimanere magra.
Totalmente presa dalla sua “richiesta mentale” e corporale, Diane Keaton non riusciva ad approfondire uno dei più importanti rapporti affettivi e lavorativi della sua vita, quello con Woody Allen. Semplicemente il TEMPO non le bastava. Non c’è tempo per l’altro, che per inciso fa anche una gran paura. I rapporti affettivi sono i primi ad essere distrutti. Non ci sono rapporti, se non con il cibo. Troppo e spaventoso per un anoressico, poco per un bulimico che lo rifiuta in un secondo momento.
Chissà come, in un modo o nell’altro, Diane Keaton è riuscita ad uscire dalla stanza buia in cui si rifugiava e ha incontrato la vita. 
(continua)

domenica 11 dicembre 2011

CANTANDO SOTTO LA PIOGGIA (Singin' in the rain) - by Gene Kelly and Stainley Donen - 1952


Questa qui a lato è la prima immagine cinematografia che ho ritagliato dal giornaletto settimanale della programmazione TV. Nel corso degli anni avrei riempito quaderni e tutt'ora mi capita di ritagliare articoli e fotografie che mi affascinano.
In questo caso era stato il suo volto, quel volto che mi aveva stregato con quel sorriso aperto, attaccato a quel corpo volante che sprizzava gioia da ogni poro. Ho tenuto quel ritaglio per anni e forse, chissà, è ancora in fondo a qualche cassetto in casa dei miei genitori.
Avevo 12 anni e fin da allora “Cantando sotto la pioggia” è sempre stato il mio film preferito.
E’ un capolavoro. Punto.
Non importa se avete o meno passione per il musical, che qualche parte possa sembrarvi un po’ fuori moda (forse il lungo meraviglioso numero musicale sul finale, dove ballo e colori si fondono in un’armonia perfetta), che non andate a vedere i film musicali perché li credete noiosi.
“Cantando sotto la pioggia” è uno scoppiettante film corale, dalla esilarante sceneggiatura.
Siamo alla fine degli anni ’20, il cinema era relativamente giovane ma già la sua struttura si era formata con pilastri storici (prendiamo ad esempio Keaton e Chaplin). Una troupe cinematografica si scontra con lo spaventoso, misterioso avvento del sonoro. Al principio credono sia una farsa, una novità momentanea ma quando si rendono conto della grande minaccia che porterà al decadimento e alla distruzione di buona parte degli attori del periodo muto, corrono ai ripari
E’ il classico Film nel Film, come “8 e ½” ed “Effetto Notte”.
Già il suddetto Buster Keaton nei primi anni ‘20 aveva girato “Sherlock Junior” dove impersonava un proiezionista che addormentandosi entra a far parte della pellicola che scorre sullo schermo.
“Cantando sotto la pioggia” si distingue dagli altri per la grande caratteristica che lo impersona: la gioia di vivere.
Non credo che nessun’altro attore se non Gene Kelly riesca ad esprimere così chiaramente la forza e la bellezza della vita, che non è una cosa statica, ma dinamica che si muove, si evolve, si sprigiona sotto un cielo piovoso.
Nessun altro corpo di attore la impersona meglio di quello di Gene Kelly. Infatti non sono una fan di Fred Astaire. Mi dispiace ma quel manichino pseudo-elegante mi ha sempre lasciato piuttosto fredda e indifferente.
Di Gene Kelly me ne sono innamorata dai titoli di testa e aspettavo con ansia che alla televisione programmassero un altro film, dove potessi rivederlo. Era come il primo amore che aspetti ai giardinetti dietro un angolo, solo per vederlo sfrecciare in un attimo in sella ad una bicicletta scassata. Era la fine del mondo ed un istante valeva tutto
Ho rivisto decine di volte “I tre moschettieri”, “Un americano a Parigi”, “Tre marinai e una ragazza”, “Un giorno a New York”.
Ma “Cantando sotto la pioggia” è insuperabile.
Non riesco a descriverne bene tutti i tratti, forse perché la passione sovrasta l’obiettività della visione, ma credetemi: è un divertimento assicurato, un tourbillon di scene esilaranti che non possono far altro che aumentare il vostro amore per il cinema

Buona visione








domenica 6 novembre 2011

LE AVVENTURE DI TINTIN (The adventures of Tintin -2011 - by Steven Spielberg)



Evviva, Spielberg è tornato.
Lo aspettavamo da tempo, dall’ultimo, non brillante “Indiana Jones”.
E’ il primo film che dirige in 3D, il primo realizzato con la tecnica Motion Capture, già sperimentata precedentemente dall’amico Zemeckis.
Diffido dei film in 3D poiché considero la tecnica tridimensionale solo un paravento che nasconde dietro il suo bel decoro  solo un gran vuoto di contenuto.
Non in questo caso.
Spielberg ci regala forse il film più bello dell’anno, riportandoci alla memoria tutte le sue doti registiche. Partenza con la visuale dal basso, si inquadrano i piedi e le gambe del protagonista, il suo fedele cane, poi le spalle e il suo ritratto appena dipinto. D’un colpo il ragazzo si volta e scopre il suo vero volto: Tintin. Potrebbe sembrare la cosa più naturale del mondo ma qui siamo davanti ad una narrazione visiva impeccabile, narrazione che ritroveremo per tutta la durata del film, cuore pulsante di un’opera realizzata con i fiocchi. Cito ad esempio la scena sulla nave dove Tintin viene inviato da Haddock a recuperare la chiave necessaria per aprire la porta di una stanza, nella quale i nostri eroi devono necessariamente entrare.Tintin e Milou entrano nella stanza e i personaggi inquadrati - marinai che dormono su brande “a castello” - vengono descritti dalla voce fuori campo di Haddock con la macchina da presa che si muove agile mostrandoci in contemporanea tutti i dettagli che stiamo ascoltando. Scena di suspense, molto divertente e movimentata, che infine si conclude con una beffa a danno di Tintin e dello stesso spettatore (la porta si apre su una stiva di liquori, non su una via di fuga come pensato). Altra scena da segnalare è la corsa pazza per le strade marocchine dove le 3 preziose pergamene passano da un personaggio all’altro, animali compresi. La macchina da presa non è un semplice oggetto di narrazione, è l’occhio stesso del regista che non “guarda” ma “vede” e racconta. In un mondo dove tutti sono tutto, da scrittori a registi, da attori a cantanti, non è semplice trovare qualcuno che conservi, nel vecchio stile “hollywoodiano” - e qui si noti che l’aggettivo “vecchio” non è affatto sminuente, anzi, al contrario è rafforzante - tutta quella arte registica di cui stiamo purtroppo perdendo memoria.
E le citazioni...Passiamo da “Gli intoccabili” dove la spia che muore crivellata di proiettili che lascia in punto di morte il messaggio sul giornale con il sangue, a “Mission Impossible” dove il ciuffo di Tintin - e quindi Tintin stesso -  rischia di venire tranciato da un’elica, a “Lo squalo” , divertente rimando al proprio passato, ripresa dall’alto verso il basso con il ciuffo del ragazzo che appare a filo d’acqua come la pinna dello squalo. Sono passati quasi quaranta anni e lo stile è rimasto intatto, ma ritornerò in seguito per parlare di uno dei film più grandi della storia del cinema (Jaws - 1975)
Se ci pensiamo bene, nonostante il rimando del titolo, non è l'avventura la vera regina del fim, ma un'altra fondamentale caratteristica del personaggio: la curiosità. E' la curiosità, il mettersi in discussione, ponendosi continuamente domande sui fatti quotidiani che spinge Tintin verso le avventure più incredibili.E' questa caratteristica che lo rende infinitamente vitale e affascinante.
Prendere parte alla visione della storia è una gioia, un sollievo, una liberazione dalla realtà per finire ad ogni modo  in un sogno a tinte scure, dove i pericoli sono sempre in agguato, le persone sono piene di difetti e debolezze, animali inclusi, e la morte è parte integrante della nostra storia.
Nonostante tutto il coraggio di vivere, di lottare, vince sempre, anche nella sconfitta. Questa è la vera arma della vita e ce lo insegna il nostro impavido eroe. No, non Tintin, ma Steven Spielberg


Buona, ottima, immancabile visione

domenica 30 ottobre 2011

PAURA D'AMARE - FRANKIE AND JOHNNY - 1991 - by Garry Marshall)

Film piacevole, trama che si sviluppa rimanendo sempre sulla sottile frontiera che separa commedia e dramma, attori in parte.

Da una parte Michelle Pfeiffer nel ruolo di una cameriera disillusa e dall’altra Al Pacino in veste di un cuoco ex-galeotto dal cuore d’oro, desideroso solo di essere accettato nuovamente in un mondo nel quale aveva cessato per un tempo di fare parte. I due si trovano e si scontrano, si corteggiano, si lasciano e si riprendono come in una classica commedia delle schermaglie tipica degli anni 40. Ma il contorno di questo piatto è tutt’altro che gradevole. Il film non concede realmente al pubblico un lieto fine, ma una accettazione al fatto che tutti, nel nostro piccolo, abbiamo un dramma che dobbiamo affrontare, dolore che non possiamo far altro che condividere per rendere la pena della lacerazione meno intensa. Ogni personaggio soffre e ogni personaggio trova un modo per sfuggire la realtà, per rifugiarsi dai colpi che la vita ci infligge. La lotta che Johnny (Al Pacino) combatte con Frankie (M. Pfeiffer) altro non è che un modo per salvarla dalla sua sofferenza, per far riemergere il gioioso guizzo della vita che sembra  spento ma è in realtà selvaggiamente racchiuso dell'anima della ragazza. E’ una dura lotta che non termina alla fine del film, ma che si suppone debba durare ancora forse per tutto il proseguimento della loro esistenza. Tutto questo altro non è che un riflesso di ciò che combattiamo ogni giorno, tutti i mali interni che vorremmo espellere e che purtroppo rimangono incatenati all'interno del nostro essere. Fanno parte di noi, come la bocca e gli occhi, le mani e i piedi, e modellano il nostro carattere, rendendoci quello che siamo anche se non lo vorremmo.

Il dramma di Frankie è che è stata più volte tradita, colpita e illusa dagli uomini che le hanno tolto il più grande potere esistente nel corpo della donna, quello che ci distingue dall'altro sesso e che può farci diventare "divine" per un attimo: il potere della maternità.

Concepire per una donna è l'atto più importante di tutta la sua vita. E' inspiegabile, terribile e bellissimo. E' un battito che prende forma dentro di te. Un guizzo di vita che corre nel tuo sangue.

Non potrò mai comprenderlo fino in fondo. Posso solo immaginarlo spingendo la mia fervida fantasia aldilà del sogno, aldilà dei discorsi fatti, aldilà della letteratura e delle sceneggiature.

In questo mondo misogino e maschilista non si è mai compreso che la "più grande beffa" (parafrasando "I soliti sospetti") che l'uomo potesse fare è far credere che la donna fosse il sesso debole. Non lo è.

La donna è forte perché deve combattere molte più battaglie di un uomo. Ella sarà sempre discriminata: che sia incinta, che non possa procreare, che abbia figli o non ne abbia. Sarà sempre lei la spiegazione e la causa del problema.

Ebbene sì, lo ammetto, sono una femminista convinta.

Ma per fortuna nel film c'è Al Pacino che con tutto il suo bisogno di amore tenterà di salvare Michelle Pfeiffer, regalandole una rosa coltivata in cucina dove il gambo è un pezzo di sedano e il bocciolo è una patata tagliata ad arte.

Buona visione.




domenica 16 ottobre 2011

TRUFFAUT MON AMOUR

Rivedere un film di François Truffaut è sempre fonte di forte emozione. In un attimo comprendi perché ti sei innamorata dei suoi film durante un pomeriggio autunnale del 1996.
Avevo 23 anni e stavo guardando “Effetto Notte”.


C'è qualcosa di magico nei film che rappresentano il cinema stesso. A 12 anni mi innamorai di Gene Kelly che ballava sotto la pioggia perché aveva trovato il modo di salvare il film che stava girando, e di Buster Keaton che faceva il proiezionista e che si intrufolava all'interno dei film che proiettava.
Non mi sono purtroppo innamorata di Mastroianni in crisi che non sa cosa fare della pellicola che deve girare. Ci ho provato, diverse volte, invano. Forse non sono mai riuscita a capire Fellini e il suo 8 e ½. Non me ne volete


François Truffaut era un uomo straordinario. Un solitario che amava la compagnia, un ribelle travestito da borghese, un rivoluzionario e un profondo conservatore, un essere tormentato con l'aria da persona quieta e tranquilla. Truffaut era tutto e il suo contrario. Non è sufficiente la visione completa della sua filmografia; occorre trovare i libri scritti da e su di lui per far sì che la visione d'insieme del suo cinema acquisti un'immagine completamente differente. Si apprezza maggiormente un'opera quando si conosce che cosa c'è dietro. E anche in questo caso non si finisce mai di imparare, di scoprire cose nuove, diverse, il che è ancora più stimolante.


Qualche anno fa ho partecipato ad un incontro, una tavola rotonda su François Truffat, diretta da un gruppo di critici perlopiù francesi. I cugini d'Oltralpe hanno una strana maniera di trattare le opere. Le sezionano come rane in un laboratorio di anatomia. Era come se sul tavolo non ci fossero libri o dvd, ma Truffaut in persona. Era come se il tavolo altro non fosse che un banco della sala operatoria, con i chirurghi travestiti da critici. Non ho gradito molto questo genere di approccio all'opera di Truffaut. Se avessi studiato all'Università sicuramente non avrei scelto medicina


In ogni caso riprendere in mano un libro su Truffaut o rivedere un suo film è come ritrovare un amico dopo anni e intrecciare nuovamente con lui un rapporto d'intesa immediata, come se neanche un giorno fosse passato. E' stupendo, non accade sempre. Talvolta ci imbattiamo nuovamente in film di cui ci chiediamo come abbiamo fatto a suo tempo a parlarne bene. Altrettanto facciamo con pellicole che abbiamo disdegnato e che poi troviamo perfette (è un po' il caso “Fight Club” che non vedi perché pensi che sia orrendo, che non sia il tuo tipo di film, e quando lo hai visto non riesci più a farne a meno. Una droga)


I suoi film sono divertenti, tristi, irriverenti. Truffaut aveva uno strano modo di fare cinema, adottava uno stile talmente personale che lo rendeva unico, in ogni caso, nel bene e nel male. Amava un libro, un accadimento reale lo colpiva e ne traeva spunto per il soggetto di un nuovo film. A volta riusciva bene, a volte meno, così intriso nella sua soggettiva di regista. Era lui, aiutato solo da qualche collaboratore stretto e fidato che lo conosceva alla perfezione. Non voleva altri tipi di condizionamenti. A volte cambiava il soggetto in corso d'opera per un'idea che gli sembrava ancora migliore. Quando accadeva non deflorava la sua idea il giorno successivo ma la lasciava maturare per poi renderla pubblica. Questo era Truffaut, almeno in parte. Se non fosse morto prematuramente il 21 ottobre del 1984 probabilmente mi sarei trasferita in Francia.


Prendete il dvd di Effetto Notte (finalmente lo hanno edito in DVD, io ho una copia inglese acquistata on-line circa 4 anni fa) e guardatelo bene. E' un piccolo gioiello, divertente, vitale, che esprime alla perfezione quanto Truffaut amasse il cinema, quanto dovesse al cinema. E' un omaggio a questa grande arte dal regista più passionale che sia mai esistito





Buona visione









domenica 25 settembre 2011

CHE FINE HANNO FATTO LE BELLE STORIE?

Il regista Eric Rohmer non vedeva molti film. Vedeva solo quelli interessanti
Da cosa possiamo distinguere se un film può essere o meno interessante? Dagli attori? Dal regista? Dalla storia che narra?


Il cinema nasce inizialmente come uno sviluppo di fotografie in movimento. Le storie erano brevi e semplici ma ben presto venne compresa l’importanza di tale riproduzione. Basti pensare al treno che, alla faccia del 3D, corre rapido verso il pubblico che scappa impaurito dalla sala. Erano quasi gli inizi dello scorso secolo e già l’uomo filmava l’allunaggio. Con circa 70 anni di anticipo.
In fondo fare cinema non è che raccontare una storia tramite immagini, servendosi di buoni attori che aiutino a donare armonia e completezza all’opera.
Il guaio è che, ad oggi, non è facile trovare storie da raccontare o meglio, mi correggo, trovare CHI possa scrivere storie interessanti.
Hollywood ha smesso di produrre sogni. Se pensiamo che nel decennio del 1930 uscirono - a titolo di esempio - Biancaneve e Via col Vento, resta difficile comprendere perché adesso con il quintuplo dei mezzi a disposizione non si riesca a produrre che opere appannate e scialbe, intervallate da qualche film straordinario, solo, in mezzo a migliaia di pellicole vuote.
Cosa c’è dietro al nostro niente? Perché siamo sempre più a contatto con il mondo e sempre meno lo conosciamo?
Tralascio i miei commenti sul cinema italiano che, mi dispiace, non riesco minimamente a tollerare. O magari qualcuno, visto che ci siamo....
Nella maggior parte dei casi le nostre opere nazionali non sono film ma stupide fiction, oppure documentari sull’immigrazione, fatti - rifatti - rivisti. Possibile che non sappiamo parlare d’altro?! A questo punto W Muccino e il suo “Ultimo Bacio”. Lo hanno osannato per un anno intero e non è che uno schizzetto. E’ carino, si lascia vedere, ma non è “C’eravamo tanto amati”, non gli lega nemmeno le scarpe. Il secondo capitolo, di cui adesso mi sfugge anche il nome, è pessimo e inguardabile.  W Moretti, Benigni di qualche anno fa. Verdone è sempre lo stesso e vorrei cambiasse registro. Ritorno un attimo su Muccino e spezzo comunque una lancia a favore per lui. E’ uscito dalle frontiere nazionali e ha fatto due film meravigliosi con Will Smith - che non mi piace come attore ma ne riconosco la bravura.


Ieri sera siamo andati al cinema. “Carnage”. Bel film. Mio fratello è riuscito a stroncare anche quello. Forse perché non gli piace Polansky. Enfin, personalmente credo sia un ottimo film, ben recitato (ovvio, visto gli attori), divertente e sarcastico. Un piccolo appartamento, quattro individui egocentrici che pensano solo nella propria direzione: casa, libri e tulipani, sigari e superalcolici, borsa e suo contenuto, blackberry e lavoro. Ammetto che ho sofferto quando la Winslet getta nell’acqua il Blackberry di Waltz. Non si fa. E’ un sacrilegio distruggere un BB! In effetti se lavori con il Blackberry hai un parte di vita in esso (aveve presente Voldemort che nascondeva le sue parti di anima in tanti piccoli oggetti? Beh, per chi lo conosce il Blackberry è uno di questi! )  Non è un gadget divertente, è uno strumento di lavoro utile quanto la matita per il disegnatore, il pc in ufficio per tutti gli impiegati o o la macchina per noi che ci spostiamo spesso.
Una lite tra figli e i quattro eroi si riuniscono, parlano per un’ora e mezza e poi niente si conclude - e forse è questa la nota stonata di una bella melodia. I ragazzi fanno pace come sanno fare loro, senza spiegazioni, senza dibattiti interminabili. Si fanno del male e poi domani se ne sono già scordati.
Gli adulti sono più complessati, più incasinati, più stressati nel voler controllare sempre tutto e tutti. E alla fine il caos finisce per mescolare il tutto, lasciando la storia sospesa. Chissà cosa altro faranno i 4 eroi in casa?
Fra i 4 sicuramente tifiamo per Waltz e d’altronde come potremmo non farlo?
Waltz è stata la rivelazione della scorsa stagione cinematografica e chi ha visto “Bastardi senza gloria” può confermare la sua grande performance. Anche qui si difende bene Possiamo quasi affermare che sia il migliore tra i quattro, ma sarebbe ingusto nei confronti degli altri, bravissimi
Sempre parlando di Waltz speriamo che dopo questo piccolo film Hollywood possa offrirgli ruoli di un livello pari alla sua capacità recitativa, non necessariamente da villan. Ma di questo, purtroppo, dubito molto.


Carnage. Da evitare se non amate le opere teatrali unicamente basate su recitazione e sceneggiatura. Da vedere per tutti gli altri.
Buona visione

giovedì 25 agosto 2011

MATCH POINT (by Woody Allen - 2005)


Nella mia precedente opinione su “Everyone says I love you” avevo anticipato il “compromesso” presente nei film di Woody Allen.
A mio avviso, e in questo scarso blog mi dispiace ma esplicito i miei punti di vista, il compromesso non è mai così ben esposto quanto in “Match Point”.
In questa prima pellicola londinese,  a cui farà seguito un più leggero “Scoop”, Allen si ripropone come regista dai toni drammatici. Diversamente dalle volte precedenti – vedi “Interiors” o “Settembre”, stavolta Allen viene accolto con piena soddisfazione sia dal pubblico che dalla critica.
Molti sottolineano le somiglianze con “Crimini e Misfatti”, montaggio alternato tra due storie che infine si incrociano trovando l'epilogo con un'amara conclusione della vita. La prima storia è molto forte e drammatica, interpretata da un Martin Landau in conflitto con la sua anima ma non desideroso di rinunciare a benessere e reputazione; la seconda storia, in parte comica, è recitata da Woody e Mia appoggiati dal sempre straordinario Alan Alda, concorrente usuale sia sul campo affettivo che lavorativo.
“Match Point” è una storia invece lineare, con una breve sequenza onirica verso la fine, che parla di un tennista irlandese arrivato a Londra in cerca di lavoro e di soldi. Incontra un rampollo di una ricca famiglia, ne sposa la sorella e conclude il suo scopo (lavoro e soldi).
Ma Allen ci ricorda che nel dramma della vita c'è sempre l'Amore e viceversa.
La fidanzata del rampollo è Scarlett Johansonn, superba nella prima apparizione con il vestito bianco attillato. Un'immagine unica, una scena che Woody girerà più volte per trovare l'esatto punto della perfezione. Ci riesce in pieno.
Scarlett fa perdere la testa al nostro protagonista antipatico, ma si rivela avere un carattere difficile, isterico e l'illusione di avere una moglie ricca e un'amante bellissima non può diventare reale.
Ed ecco che nell'Amore arriva il dramma della vita e delle sue scelte. Meglio stare con la donna che ami o con la donna che ti piace ma che ha un sacco di soldi? Beh, il nostro tizio sceglie la seconda opzione e la fine è tragica come l'inizio di “Crimini e Misfatti”.
La vita  e suo compromesso si riuniscono per donare forma alla nostra esistenza.
E' uno dei pochi film seri di Woody, non ci sono spazi per una battuta di spirito o per uno slancio di umorismo anche velato. E' un film bellissimo, girato con cura, un film teatrale. I personaggi sono pochi e sono inquadrati alla perfezione, gli attori pienamente in parte. La prima volta che Woody diventa Europeo, che torna indietro verso il suo grande amore per i drammi, che con un altro colpo di ala si stacca dalla filmografia precedente per creare un'altra parte della sua storia, crea un film semplice ma brutalmente reale.
Se non lo avete visto ne vale la pena, anche per coloro che non amano Woody Allen.
Scommetto che poi mi darete ragione

Buona visone




lunedì 25 luglio 2011

TUTTI DICONO I LOVE YOU (EVERYONE SAYS I LOVE YOU BY WOODY ALLEN – 1996




E' vero che la prima volta non si scorda mai.
La prima volta di Woody alla prova nel dorato regno dei musicals

Mr Allen conosce bene la materia, è cresciuto guardando questo genere di film tipicamente americano sgorgato direttamente dalle ceneri del bianco e nero, il genere appartenente al primo film parlato in assoluto “Il cantante di Jazz”.
Musical è “Il mago di Oz”, l'eleganza di Astaire e Rogers, la vitale e gioiosa potenza di Gene Kelly che balla sotto la pioggia, musical è quel capolavoro di “Mary Poppins”, l'adolescenziale “Dirty Dancing”, John Travolta, il magnifico “Chicago”.

Indimenticabile, la musica incatena i ricordi e trasforma una piccola sceneggiatura, una storia quasi banale, in un film eterno.

La musica è, insieme alla scrittura e al movie making, l'altro grande amore di Woody Allen.
Il terzetto in questo caso si duplica, grazie alle locations scelte, non a caso le 3 preferite del regista: New York, Parigi, Venezia.

Il film è un puro entertainement, un corale dove stars e sconosciuti giocano insieme senza infastidirsi, una storia falsamente lineare il cui filo conduttore è sempre e solo l'amore. Nonostante questa gioia apparente, nella storia si incrociano delusioni, pianti, rotture di fidanzamenti, corse all'ospedale, un episodio di morte (con relativo balletto)
Woody Allen non si perita a celare, nemmeno stavolta che ha a disposizione il genere più brioso del cinema, il suo lato più reale, quello pessimista.
Le situazioni si risolvono solo nel caso di compromessi, come nella tradizione alleniana.

Eccezione fatta per Julia Roberts – nome di grido del cartellone - troppo fuori parte e impacciata nella maniera più negativa del termine, il cast è perfetto. Grandi attori aiutano la composizione del film, rendendolo più ricco, più completo.
Partiamo dal brillante Alan Alda, fedele attore/controparte/concorrente di Allen in diverse pellicole, sua moglie “filmica” Goldie Hawn, schietta, divertente e autoironica come sempre.
Troviamo anche una giovanissima Natalie Portman, già uscita dal personaggio bessoniano della ragazzina in “Léon” e qui già pronta per il nuovo lancio da adolescente bon ton. Una falsamente raffinata Drew Barrimore che dopo un bacio “galeotto” abbandona su due piedi il fidanzato perbene (si ricongiungerà alla fine con l'adorabile carciofo, il tranquillo e prevedibile ragazzo - ed ecco qui spuntare il compromesso). Il galeotto in questione altri non è che l'inglese Tim Roth, esilarante, che non appena uscito dalla prigione grazie alla spinta morale politica social-democratica di Hawn e Alda, va a rapinare subito una drogheria.
L'adorabile carciofo è invece un giovane Edward Norton alla sua seconda prova, inusuale in questa parte ma sempre dannatamente perfetto. Così dal chierichetto assassino di “Schegge di Paura” (nomination all'Oscar e vincita del Golden Globe), Norton si trova a girare la parte del ragazzo perbene, innamorato (per finta e per davvero – la reale intesa non fu mai ufficialmente confermata dalla coppia) della sua Drew Barrymore. I tempi comici di Norton e la sua abilità canora gli permettono di aprire la scena cantando il tema principale del film – avrà successivamente altre 2 parti cantate nella pellicola. La scena della cena, con anello al posto della ciliegina sul parfait, che la Barrimore puntualmente ingoia (smitizzazione alleniana del romanticismo, criticato per la sua banalità, la sua futilità rispetto alla vita), è forse la parte migliore del film. Il buon ragazzo che viene mollato alla fine ritornerà travestito da diavolo durante la notte di Halloween e perdonerà la sua fidanzata fedigrafa in nome dell'amore. Woody non poteva trovare travestimento migliore, strizzando l'occhio e sottolineando la doppia caratteristica nortoniana, ovvero che sotto la faccia da bravo ragazzo si nasconde un altro lato, tutt'altro che pacifico.
E poi Woody Allen, sempre alle prese con l'amore, con la certezza che questo non possa trovare vita se non nella menzogna, in una dimensione illusoria, in uno spazio esterno alla vita reale. Quando questi due elementi (amore e realtà) si incontrano, il rapporto inevitabilmente si spezza, non trovando altro collante che nel triste e arido compromesso.

Conclusione, i film – come diceva Truffaut – sono più armoniosi della vita. Tanto vale quindi vedere un gioioso musical – Allen dixit - per uscire dal grigio delle nostre esistenze.

Forse non è il miglior film di Woody Allen, anzi senza forse, ma è sicuramente il mio preferito!


Buona visione